Loading...

5 cose che abbiamo imparato dal Club To Club 2017

5 cose che abbiamo imparato dal Club To Club 2017

Questa edizione del Club To Club di Torino ci insegna, in maniera ancora più marcata del solito, che avanguardia e pop legati all’elettronica, funzionano in modo diverso e con punti di vista differenti. I risultati però sono di altissimo livello tra certezze assodate e un po’ di scommesse vinte suddivise nelle ultime due giornate. Il festival torinese continua nella sua crescita culturale e organica. Un organismo ben ossigenato che sa come evolversi, senza perdere di vista i propri obiettivi.



1. La line up è importante: avanguardie e dintorni
Il primo fronte è quello dell’avanguardia e lo show viscerale di Arca ne è la testimonianza: sul palco ha pochi rivali, ma c’è più performance artistica che musica/suono. Si mangia tutto e tutti, e forse anche un po’ del suo spettacolo. Nicolas Jaar parte lento e soporifero nel suo live set, cambia però marcia nella seconda parte e questo è un bene. Ben Frost e Yves Tumor frammentano e spaccano il suono mentre Jlin risulta più cerebrale nelle intenzioni elettroniche.

Infine il nostro Lorenzo Senni: concentra tutto il suo suono acuminato, tagliente e potente come non mai, e la Warp records se lo tiene stretto. Sperimentare con le avanguardie è così, prendere o lasciare.



2. La line up è importante: hype e movimento
L’altra faccia della line up fonde attesa e movimento. C’è l’esplosione di elettronica organica di Bonobo o il minimalismo di Kelly Lee Owens sul Red Bull stage. Artisti come Black Madonna e Richie Hawtin non dovrebbero mai mancare in un festival così.

 L’animo funk soul dei Jungle e l’eclettismo di Mura Masa scaldano il pubblico. Nicolas Jaar (in versione dj set) spiazza tutti iniziando il suo set con un brano di Battiato e prosegue incontenibile. Menzione necessaria per Gabber Eleganza che rivitalizza una sottocultura post-rave quasi dimenticata. Liberato – del quale l’identità non è ancora stata svelata – si materializza sul palco insieme ad altri due musicisti per uno spettacolo completo – tre singoli e un inedito – dove il lavoro visivo (visual di Quiet Ensemble in collaborazione con il light designer Martino Cerati) ne è parte integrante. Chi sia Liberato forse è meno importante, era più importante capire la reale consistenza del progetto dopo un primissimo live estivo fatto di comparse e qualche gag di troppo. Dopo il C2C dubbi non ne esistono più: Liberato non scherza e la carta dell’hype se la sta giocando molto bene.

3. Spazi dimenticati e riscoperti
Già esplorati con gli eventi del Big Bang! in collaborazione con Ogr, le Officine grandi riparazioni fungono da spazio torinese riscoperto e apprezzato per il festival, dove i Kraftwerk possono esporre parte del loro catalogo in otto concerti suddivisi in quattro giorni o vedere le esibizioni di Kamasi Washington e Artetetra. Il valore di questa operazione di rivalutazione architettonica e urbana è quello che più esalta per unire il più possibile il capoluogo e la cultura torinese. La memoria è importante e sono i luoghi a racchiuderla.

4. Il backstage del festival è al Symposium
No, non parliamo del classico backstage degli artisti, il punto di incontro prima di iniziare le serate del Club To Club è l’Absolut Symposium all’Ac Hotel del Lingotto. Che siate curiosi, appassionati, giornalisti o musicisti è da lì che parte tutto nelle prime ore del pomeriggio pre festival. Interviste e panel svelano un lato diverso dei performer (come Arca), raccontano il sottosuolo musicale (Gabber Eleganza), fanno conoscere chi nella musica ci lavora (Francesco Lettieri, regista dei video di Liberato ma non solo) e altri settori collaterali dell’industria discografica per l’esportazione musicale (Italia Music Export e Dutch Music Export). Ma l’hotel nasconde anche stanze dove la sperimentazione è legata al gusto ma anche alla musica, dove Ied e Roland producono suoni in una sessione serrata tra tecnologia e artigianato musicale.

5. Migliorarsi è possibile
Imparare negli anni a capire le esigenze e trovare soluzioni per il pubblico è il punto nevralgico di un festival che non è un circuito chiuso e completo, ma un organismo in continua espansione. L’addio alla calda sala gialla del Red Bull stage era necessaria, pur atterrando in un padiglione meno piacevole alla vista ma più funzionale, che ha facilitato la movimentazione del pubblico da una parte all’altra dei due palchi. Comodità e vivibilità, spesso, sono più utili della sola bellezza di un luogo.


Fonte: WIRED.it

 LIVE CHAT